Dettaglio e sviluppi

DAL MONFERRATO AL MONDO PASSANDO PER L’ETIOPIA
Biografie di una diversità

progetto di Valentina Cabiale, Marco Gobetti

Il Monferrato e l’Etiopia sono, all’apparenza, assai diversi fra loro: che cosa li lega?

Innanzitutto il fatto che più di un secolo e mezzo fa un frate cappuccino di nome Guglielmo Massaja, nativo di Piovà, un paese monferrino che ora lo ricorda anche nel nome (Piovà Massaia), partì alla volta di quel territorio africano, dove avrebbe poi vissuto un’esperienza eccezionale come missionario per 35 anni (1846-1879).
In secondo luogo la storia dell’antichissima presenza umana e animale, documentata da resti archeologici e paleontologici, di entrambi i territori.
Guglielmo_MassaiaDue temi questi, la missione di un cardinale e l’evoluzione umana, che paiono a loro volta assai distanti: anche qui, dove sta il legame? E quanto può essere foriero di una produzione culturale che raggiunga un pubblico quanto più eterogeneo possibile? E che, attraverso storie così lontane, spinga a riflettere analogicamente sulla contemporaneità?
Per rispondere, proviamo ad approfondirli.

Il Monferrato, essendo stato in tempi lontanissimi fondale del Mar Mediterraneo, nasconde resti ossei e fossili di animali risalenti sino a 5 milioni di anni fa; l’Etiopia e l’Africa Orientale, da parte loro, sono considerate la “culla dell’umanità”, in quanto vi sono stati ritrovati i più antichi resti di ominidi conosciuti (circa 5-6 milioni di anni fa).
Proprio dal confronto tra questi due territori tanto diversi, grazie al loro ancestrale legame, può nascere il racconto di un’antichità che ci riguarda molto da vicino. Andiamo con ordine.

Intorno a 5-6 milioni di anni fa il Mediterraneo copriva una parte consistente dell’Italia, rientrando nell’attuale Valle Padana a formare un ampio golfo. In Piemonte il mare riempiva un’insenatura delimitata a sud dai rilievi delle Langhe, a ovest dal golfo cuneese, a nord dall’attuale Monferrato settentrionale e dalle colline di Torino, mentre a est comunicava con il mare padano. Una parte consistente del Monferrato era sommersa.
Se si entra in un museo paleontologico, come quello di Asti, si possono vedere gli scheletri dei cetacei vissuti circa 4 milioni di anni fa, nell’antico mare che nel corso del Pliocene ricopriva tutta l’area. Alcuni ritrovamenti, come la balenottera di Vigliano d’Asti, sono noti, ma probabilmente numerosi mammiferi marini giacciono sotto i vigneti, in particolare in certi punti dell’antica baia astigiana dove le correnti sottomarine hanno accumulato le carcasse; e dove i cetacei si riunivano nel periodo dell’accoppiamento, rimanendo intrappolati nelle secche.
Fra i 2 e i 3 milioni di anni fa avvenne il progressivo interramento del territorio e la trasformazione del paesaggio monferrino da ambiente marino a terra emersa continentale. In questa fase il Piemonte godeva di un clima tropicale, caldo e umido, paragonabile a quello odierno dell’Asia sud-orientale, ed era abitato da animali oggi inimmaginabili (elefanti, ippopotami, mastodonti, iene, rinoceronti, tapiri, tigri con denti a sciabola, ecc).

Fra’ Guglielmo Massaja passa l’infanzia a Piovà, compie i primi studi ad Asti, diventa frate cappuccino nel 1826, sei anni dopo viene ordinato sacerdote a Vercelli e in seguito cappellano dell’Ospedale Mauriziano di Torino. La svolta della sua vita avviene nel 1846, quando è nominato dal papa vescovo di Cassia e vicario apostolico dei popoli Oromo dell’Alta Etiopia; lo stesso anno inizierà la sua attività missionaria ed evangelica nel Corno d’Africa.

Nell’Africa orientale la comparsa dei primi ominidi avvenne tra 5 e 6 milioni di anni fa, mentre le più antiche industrie litiche (ovvero manufatti in pietra e ciottoli con tracce di lavorazione da parte dell’uomo) risalgono a più di due milioni di anni fa: molte sono localizzate in Etiopia (Kada Gona, Gadeb, Melka Kunture, Buia…). Qui avvenne la nascita della specie Homo e da qui iniziò il viaggio che lo portò a popolare l’Asia, l’Europa e il resto del mondo.
Un viaggio inverso rispetto a quello di Guglielmo Massaia, che a metà del diciannovesimo secolo dopo Cristo parte da Piovà per andare missionario in Etiopia; lì si dedicò alla catechesi e alla cura del vaiolo, ma anche a studi naturalistici e linguistici; inoltre favorì spedizioni scientifiche e diplomatiche, traversò varie volte il mar Mediterraneo e il mar Rosso, spesso su imbarcazioni di fortuna e percorse a piedi o su dorso d’animali oltre 7000 chilometri… Tentò con tenacia e secondo le proprie idee di evolvere e di fare evolvere i suoi simili. Per poi tornare, ormai anziano, da esule in Italia.
Gli anni di vita del cardinale sono anche quelli nei quali avvengono alcune tra le prime scoperte dei grandi mammiferi estinti del Monferrato (Pliocene medio e superiore); ad esempio, è del 1880-1881 il ritrovamento del “Rinoceronte di Dusino”.

rinoceronteLa vita di un frate missionario, i primi ominidi africani e la fauna scomparsa del Monferrato: che senso ha tale confronto?
Ci permette di fare il primo ragionamento analogico, scandagliando intrecci utili a stimolare nuovi immaginari.
Il cardinale non conosceva la scoperta dell’antichità dell’uomo e della terra così come l’abbiamo descritta; una scoperta che prese l’avvio proprio negli anni della sua attività, incontrando difficoltà, pregiudizi, incomprensioni. Una storia, anche questa, di incontro con l’altro (i nostri lontanissimi antenati, in questo caso), quell’”altro” che si fatica a riconoscere come parte di se stessi: perché ci è stato e ci è così difficile immaginare e accettare che l’uomo possa avere degli antenati fisicamente simili alle scimmie moderne?

Il Monferrato, l’Etiopia: il cardinale Massaia figura di collegamento e unione tra i due territori; denominatore comune, i temi del viaggio, dell’incontro, delle origini e dell’evoluzione. A partire da qui, le suggestioni si moltiplicano.

Che cosa unisce dunque il Monferrato al mondo?
Il suo legame con l’Etiopia, nell’accezione insieme particolare e universale sopra descritta.

Poetica

Provare a immaginare il mare che copre le nostre case, il mare sotto i nostri piedi, con solo le cime più alte delle colline che emergono dall’acqua, può aiutarci a meglio comprendere il passato, anche quello più vicino. Per visualizzare il tempo passato dobbiamo essere disposti a modificare i nostri schemi mentali usuali, le categorie e i linguaggi che utilizziamo: la terra che diventa mare, e viceversa, come metafora del ribaltamento dei punti di vista.
La relativizzazione e la contestualizzazione di ogni periodo storico sono, molto al di là del ritrovamento di oggetti belli e preziosi, gli strumenti principali che l’archeologia può offrirci, grazie ai quali oggi sappiamo di non essere l’esito finale e finito di un processo di creazione dell’esistenza, ma di avere una storia molto più lunga. Paesaggi e geografia non sono immutabili, né lo sono i modi di vivere e i protagonisti della vita, il primo dei quali non è stato l’uomo.

L’archeologia, se ne vengono recepite tali potenzialità, può diventare mezzo per la scoperta e la valorizzazione della diversità, nel rapporto con il passato e nel tempo presente: sia in riferimento alle nostre radici di esseri singoli sia riguardo alle nostre relazioni sociali contemporanee. Può essere, inoltre, se ci si sforza di comunicarla correttamente e con un linguaggio adeguato ai diversi interlocutori (linguaggio che non disdegni forme di trasmissione inconsuete nel suo campo, come ad esempio il teatro), uno strumento per far acquisire, interiorizzare, la consapevolezza di quella diversità; un compito oggi tanto più difficile quanto più siamo assaliti da immagini, informazioni, dati che ci sfiorano, si fermano in superficie senza davvero modificare i modi e le forme del nostro pensare.

Ogni paesaggio e centro abitato è il risultato di una continua trasformazione, non conclusa, da parte di mani umane. Le città e le campagne che abitiamo sono l’esito di mescolamenti e di interrelazioni di popolazioni e idee, per cui parlare di storia, di archeologia o di letteratura ad esempio in Monferrato, significa parlare anche di molte persone che non vi sono nate o che, se vi sono nate, si sono spostate per scelta o per necessità; persone che hanno viaggiato e hanno portato nella loro terra idee, usi, oggetti, tratti culturali altrui. Le nostre identità sono molteplici, e di questo una figura come quella del cardinal Massaja è chiaro esempio: un frate che non tornò più nel Monferrato dopo gli anni della giovinezza, e, dopo il rientro dalla missione etiope nel 1879, promosso arcivescovo e poi cardinale nel 1884, visse nei pressi di Roma e scrisse una monumentale storia della sua missione in sei volumi (morirà a S. Giorgio a Cremano nel 1889).

Una rigida associazione fra territorio e identità è difficile per il Monferrato: sarà un caso, ma qui non esistono molti scrittori la cui letteratura sia fortemente legata al territorio come invece accade per le Langhe. Probabilmente non è casuale, inoltre, il fatto che il letterato più celebre, Vittorio Alfieri, abbia vissuto una vita di azione e avventura e abbia avuto, almeno per tutta la giovinezza, quasi in odio il proprio luogo di origine. Si tratta forse di un’appartenenza inconsapevole, che trova la sua ragione d’essere nella consapevolezza del suo aprirsi all’universo.
Forse a questa bellezza “inconsapevole” si riferiva Carlo Fruttero in un articolo apparso su “La Stampa” del 26 gennaio 2008, scrivendo dei ruderi del castello di Marmorito di Passerano (lo scrittore trascorse molto tempo, soprattutto da adolescente e negli anni della seconda guerra, nella casa della nonna a Passerano Marmorito, che dista pochi chilometri da Piovà Massaia):

No, niente di serio, un resto di muro appartenuto a un castello demolito, bruciato da Federico Barbarossa, secondo la leggenda. Ma non lo si vede quasi più, sepolto com’è da rampicanti e sottobosco. C’era un tempo una finestra fino alla quale i bambini potevano arrampicarsi e di là vedevano una valle meravigliosa aprirsi su altre colline, rettangoli di grano, trapezi di prato, piccoli boschi, sentieri polverosi avviati senza impegno verso le Alpi. (…) La bellezza? Sì, ma inconsapevole, cresciuta piano piano nei secoli, sedimentata, depurata da ogni retorica della bellezza.(…) La bellezza, quella bellezza, o più esattamente la percezione di quella bellezza è sparita dal nostro mondo. Facciamo voli di 14 ore per ammirare isole incontaminate, giungle, strepitose concentrazioni di grattacieli, ci infiliamo istericamente in caselli e code per metterci a bocca aperta davanti a piramidi e partenoni, a Tiziani e Magritte, a incredibili graffiti metropolitani e a duecento ragazze in costume da bagno che sfilano una più magnifica dell’altra. Tutto giusto, tutto bello, anzi bellissimo, sensazionale, indimenticabile, valeva il viaggio, la scarpinata, il biglietto d’ingresso.
Ma la bellezza che giace ai piedi di quella finestra a Marmorito non interessa più a nessuno, nessuno la cerca, nessuno la vede. C’è “impatto”? No, niente impatto. Al contrario, non ci fai caso, la respiri come l’aria, la senti come il ronzio delle api, l’assorbì come il banale calore del sole. E’ là sotto, distesa, quieta, silenziosa, non cerca strilli entusiastici, non ha bisogno di scatti digitali. Si dirama a tua insaputa dentro di te come un’acqua sommessamente miracolosa. Se perdi questo hai perso tutto; è cosi che la penso oscuramente alla fine.

Una riscoperta della bellezza che passi attraverso la rivalutazione di ciò che non siamo capaci di vedere. La porzione di territorio monferrino in cui si trova Piovà è ricca – lo abbiamo già visto – di resti archeologici e paleontologici; oltre che di preziose evidenze architettoniche quali le chiese romaniche e tardo-barocche, e le abitazioni con i solai in gesso, esempio di alto artigianato popolare. Una bellezza, però, che spesso risulta invisibile; è trascurata, data per scontata e, di conseguenza, scalfisce solo la superficie dei nostri pensieri, non entra nel nostro immaginario. In poche parole, non ci arricchisce.

Pratica

Intendiamo fondare nel paese d’origine del cardinal Massaja, Piovà Massaia, un polo culturale atipico e originale, che sia punto di partenza e di ritorno per costanti incursioni e micro-residenzialità nel resto del Monferrato e non solo; secondo un piano preciso di produzione culturale in cui attori, musicisti e studiosi si facciano artigiani di incontro con e fra pubblici diversi.

Tramite la letteratura, il teatro e la musica, usati in forma applicata, intendiamo offrire possibilità di conoscenze inedite attraverso la divulgazione della storia del paesaggio (considerato come interrelazione fra la storia dell’uomo e la natura) e di una biografia esemplare, quella di fra Massaia; una divulgazione che si nutrirà di materiali e di suggestioni archeologiche, architettoniche, artistiche, antropologiche.

Si tenterà insomma di raccontare, in ultima analisi, attraverso la storia di due terre e di un uomo, la storia della Terra.

rudere marmoritoEcco dunque che ad esempio teatro e musica, per raccontare questa storia, potranno tentare di restituire pubblicamente, attraverso letture in concerto, brani drammatizzati di “I miei trentacinque anni di missione nell’alta Etiopia” di fra Guglielmo Massaia; oppure “Cuore di tenebra” di Conrad; “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, di cui tra l’altro il cardinal Massaia fu in gioventù consigliere spirituale; oppure La “Commedia de l’omo e dei soi cinque sentimenti”, dello scrittore monferrino secentesco Gian Giorgio Allione (commedia che nella sua prefazione recita: «Non ogni membro può essere capo, né occhio, né orecchio, né lingua, né naso, né mano, né piedi. Convien ch’ognuno se ne stia nei suoi termini e si fermi in quella parte ove Iddio con somma et infinita sapienza l’ha collocato»); o la poesia di Arthur Rimbaud che approda in Etiopia nel 1880, un anno dopo l’espulsione del cardinale Massaia – personaggio, Rimbaud, quanto più distante dal frate cappuccino, animato da una “sete spirituale” diversa ma non meno vigorosa.
Si utilizzeranno testi del torinese Michele Lessona, uno dei primi divulgatori e traduttori di Darwin in Italia; si racconterà la storia della scoperta dell’antichità dell’uomo e di singole scoperte archeologiche.
Per raccontare la storia di Fra Massaja, del Monferrato, dell’Etiopia e della Terra, non mancheranno occasioni di incontro, sotto varie forme, con opere e autori quali Andrea Semplici e il suo “Gli ultimi viaggiatori della Dancalia” (2012); e altri giornalisti, antropologi e studiosi contemporanei.

Un progetto culturale a tempo indeterminato, che miri a suscitare lo stupore del pubblico utilizzando strumenti, modi ed atti non canonici ed essenziali; e che per farlo valorizzi e coniughi urgenza, spirito avventuroso e rigore artistico e scientifico dei suoi attori pubblici (siano essi, di volta in volta o contemporaneamente, artisti o studiosi).
Per suscitare nella cittadinanza immaginari, pensieri e sogni gravidi di azioni future: atti lirici aperti al mondo.